Sunday, March 16, 2008

Gerald Edelman e la "seconda natura" della nostra mente

Studiare la coscienza anche a dispetto della soggettività: è questo l’obiettivo del neuroscienziato americano che colma la “non esaustiva” riconducibilità scientifica dell’emersione dei qualia con un’epistemologia “brain based”.

Gerald Edelman (1), con la sua pluriennale attività di ricerca neuroscientifica, ci ha fornito una complessa ma coerente teoria scientifica della coscienza basata sull’attività cerebrale (2). Nel suo ultimo contributo, Seconda natura (3), Edelman descrive nel dettaglio le conseguenze che una spiegazione scientifica della nostra “esperienza fenomenica” comporta: chiarisce la relazione tra eventi fisici e eventi mentali, distruggendo il dualismo mente/corpo e riposizionando la ragione dentro il corpo; regala una visione più chiara del nostro posto nell’ordine naturale; allontana il “processo cosciente” sia dai modelli idealistico-razionalistici, sia da “illusioni” logicistiche, istruzionistiche o computazionali; aiuta a colmare la separazione tra le scienze e le discipline umanistiche; permette la costruzione di un artefatto dotato di coscienza (4).

Edelman riconosce che spesso nella nostra testa consideriamo il mondo in modi che “sembrano naturali” o che sono “una seconda natura”, anche a dispetto delle evidenze scientifiche: spesso ci attraversano la mente pensieri svincolati dalle nostre descrizioni realistiche della natura. L’obbiettivo di Edelman in questo testo è esplorare l’interazione che sussiste tra la natura della mente e la sua “seconda natura”, tentando una loro conciliazione nell’ambito di un’epistemologia basata sul cervello.

Nella sua teoria sulla coscienza, egli ha mostrato come un insieme di eventi evolutivi ha prodotto le basi neuroanatomiche per quel processo, tanto complesso quanto centrale ai fini dell’emersione della coscienza, chiamato “rientro”: questo ha portato allo sviluppo dell’enorme numero di stati discriminativi, detti anche qualia, caratteristico dell’esperienza cosciente. Il cervello e la mente sono quindi emersi come prodotto della selezione naturale e il cervello funziona, allora, come un sistema selettivo. Ciò mostra gli effetti della contingenza e dell’irreversibilità storica che fanno variare le reti neuronali da individuo a individuo. Ora, dice Edelman, il punto è che noi possiamo studiare, descrivere scientificamente, i “correlati” neurali della coscienza, ma tutto ciò non potrà farci comprendere “come” emergano i qualia: la complessità, l’irreversibilità e la contingenza storica della nostra esperienza fenomenica fanno escludere la possibilità generale di ricondurre a una descrizione scientifica certi prodotti della nostra vita mentale. Seppure i fondamenti della coscienza risiedono nel cervello, e seppure le strutture dinamiche del cervello che portano a tali proprietà coscienti sono descrivibili scientificamente, bisogna tener conto dell’irriducibilità di certe esperienze coscienti soggettive. La descrizione scientifica non potrà mai sostituirsi all’esperienza: la prima ci aiuta a comprendere la nostra esperienza ma bisogna riconoscere la priorità dell’esperienza nel dare origine alle descrizioni che illuminano le basi dell’esperienza stessa. Bisogna tener conto della ricca complessità e della storia individuale delle reti cerebrali degenerate e sebbene senza dubbio esistano regolarità di comportamento e di intenzionalità, queste sono variabili, ricche e dipendono dalla cultura e dal linguaggio. La soggettività è, quindi, irriducibile.

Edelman, allora, ritorna sui suoi passi? Rinnega il suo quadro scientifico in favore di una natura “meta” fisica della coscienza? Assolutamente no! Innanzitutto perché una spiegazione scientifica esclusivamente riduzionistica della nostra “seconda natura” non è, secondo lui, né desiderabile né probabile né imminente: con questa mossa Edelman si libera, se mai ne sia stato colpito,
dall’accusa di “scientismo” ovvero di condurre un riduzionismo scientifico estremo, che riduce in toto la nostra attività mentale esclusivamente alle attività neuronali. In secondo luogo, escludere la possibilità di ricondurre a una descrizione scientifica l’emersione dei qualia non significa invocare strani stati fisici o ritornare a ipotesi dualistiche: Edelman è chiaro quando afferma che tutta la nostra vita mentale, riducibile e no, si basa sulla struttura e sulla dinamica del cervello. Inoltre, e qui sta la forza innovativa della sua tesi, Edelman pone rimedio al “gap” che si crea tra una descrizione scientifica dei correlati della coscienza e il “modo” in cui questa emerge: egli, infatti, presenta argomenti a favore di una teoria della conoscenza che si fonda sulla comprensione del funzionamento del cervello con l’obbiettivo di collegare le scienze del cervello alla conoscenza umana, l’epistemologia, ossia la teoria della conoscenza, con l’impresa scientifica.

Un epistemologia di questo tipo, fondata saldamente sulla scienza del cervello, consente infatti di far luce su tanti errori logico-semantici che hanno influenzato negativamente gli studi della coscienza che, di conseguenza, hanno precluso la possibilità di analizzare il funzionamento del cervello dal punto di vista gnoseologico. Il più importante errore forse fra tutti è quello di non esser riusciti a distinguere tra causalità fisica e implicazione logica. L’attività del nucleo talamocorticale non causa la coscienza e non c’è quindi nessun “ritardo temporale” tra i processi cerebrali: l’azione neurale del nucleo implica la coscienza, è un processo che consiste in un enorme varietà di qualia, ovvero le discriminazioni implicate dall’attività dinamica (interattiva) del nucleo talamocorticale. Il problema di mettere in relazione l’azione neuronale con l’esperienza soggettiva fenomenica si risolve, quindi, con un’analisi causale: i qualia sono implicati dai neuroni del nucleo la cui attività produce stati integrativi complessi che possono cambiare nuovi stati e scene coscienti. C, ovvero i qualia, sono implicati da C' e, quindi, anche se come abbiamo visto, bisogna tener conto dell’irriducibilità di certe esperienze coscienti soggettive, dobbiamo accettare allo stesso tempo che la nostra “seconda natura” derivi da fondamenti indagabili scientificamente.

L’epistemologia basata sul cervello, continua Edelman, si basa sull’analisi del darwinismo neurale degli stati coscienti e l’evoluzione e la selezione dei gruppi neuronali forniscono le basi e i vincoli della conoscenza. Ma non in maniera esaustiva! Sebbene tutta la nostra conoscenza dipenda dai nostri stati coscienti, la motivazione (cosciente o meno), l’emozione o il riconoscimento di configurazioni di sé sono tutti fattori critici per l’acquisizione della conoscenza. L’analisi della coscienza condotta dalla teoria globale della selezione dei gruppi neuronali propone di espandere la concezione naturalizzata della conoscenza per render conto quindi anche dell’intenzionalità e della relazione tra l’esperienza emotiva con la conoscenza. Ma ancora non basta: il cervello è un sistema selettivo “incarnato”, legato inscindibilmente con il corpo che “lo ospita”, e sia questo che il corpo sono inseriti nel mondo reale che necessariamente influenza la loro dinamica. L’interazione cervello, in primis processo cosciente, corpo e ambiente (econicchia) è quindi fondamentale nell’acquisizione della conoscenza.

L’epistemologia brain-based tiene, perciò, conto dell’ eterogeneità delle fonti conoscitive e, pur riconoscendo la supremazia della selezione naturale , dà rilievo alle origini epigenetiche della struttura e della dinamica cerebrale: fa dipendere lo sviluppo del cervello dall’azione sul mondo e dall’azione del mondo e fa stabilire i criteri normativi per la verità a fattori storici, socioculturali e linguistici. Inoltre, un’epistemologia siffatta, riconosce anche una pluralità di verità: la scienza si occupa della verità verificabile, ma c’è anche una verità logica, una storica. Le parti della nostra seconda natura che sembrano allontanarsi maggiormente dalla verità spesso sono proprio quelle necessarie per stabilirne di nuove. Tuttavia la verità non è un dato di fatto, è un valore per cui dobbiamo lavorare nelle nostre interazioni private e interpersonali.

Ma quali sono per Edelman i limiti di una tale epistemologia? Dobbiamo innanzitutto riconoscere che l’esplorazione dettagliata del funzionamento del cervello è ancora ad uno stato iniziale: cominciamo appena, secondo il neuroscienziato, a comprendere come il cervello permetta il linguaggio, ovvero il più potente veicolo per l’elaborazione della conoscenza. Inoltre, alla natura noi aggiungiamo una seconda natura, ovvero l’insieme delle percezioni, dei ricordi e degli atteggiamenti individuale e collettivi: alla conoscenza scientifica va aggiunta la conoscenza del senso comune derivata dall’esperienza quotidiana e ciò comporta un limite nell’applicabilità diretta di una tale epistemologia.

Ma nonostante ciò, considerare “morta” l’epistemologia secondo Edelman è eccessivo. Abbiamo visto come consegnare una base scientifica all’epistemologia è oltremodo remunerativo, ma c’è di più. Con il tono di colui che si rende conto dell’enorme portata delle sue affermazioni, Edelman dichiara che nell’ambito di una tale epistemologia, accettando la teoria del darwinismo
neurale che riconosce le dimensioni storiche e creative del pensiero umano, non diviene necessario separare la scienza dalle discipline umanistiche. Il nostro cervello comprende sia la scienza sia la storia: esso è emerso nel corso dell’evoluzione da una serie di eventi collegati ad accadimenti storici e sia questo che i suoi prodotti si sono sviluppati quindi in un contesto storico. I processi che danno origine alla conoscenza includono tanto le scienze quanto le discipline umanistiche e, in questo modo, la separazione drastica che da sempre interessa queste due culture non diviene più necessaria.

(1) G. Edelman è nato a New York nel 1929. Dal 1981 è direttore del Neurosciences Institute della Rockfeller University di New York, e oggi è direttore del medesimo istituto a La Jolla-San Diego, in California. Ha ricevuto il premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1972, per il suo lavoro di ricerca sulla struttura e le differenze degli anticorpi.
(2) In questo articolo non tratterò in maniera dettagliata la teoria della coscienza proposta da Edelman, concentrandomi invece sulle sue conseguenze. Per offrire un supporto alla lettura ho inserito un glossario cui rinvieranno tutti i termini tecnico-scientifici presenti nell’articolo. I frutti della sua ricerca pluriennale nel campo delle neuroscienze sono riassunti da Edelman in Più grande del cielo. Lo straordinario dono fenomenico della coscienza, Einaudi, Torino 2004, mentre una teoria dettagliata della coscienza è descritta da Edelman e da Giulio Tononi in Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Einaudi, Torino 2000. Per un ulteriore approfondimento rinvio alla trilogia tematica sulla morfologia e sulla natura della mente (1. Topobiologia. Introduzione all’embriologia molecolare, Bollati Boringhieri, Torino 1993; 2. Darwinismo neurale. La teoria della selezione dei gruppi neuronali, Einaudi, Torino 1995; 3. Il presente ricordato, Rizzoli, Milano 1991) il cui “sunto” viene esposto da Edelman in Sulla materia della mente, Adelphi Edizioni, Milano 1993.
(3) Gerald Edelman, Seconda natura. Scienza del cervello e conoscenza umana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.
(4) L’ultimo contributo in italiano di Edelman al riguardo e stato pubblicato dalla rivista Darwin, numero 23, pp. 78-83

Simona Ruggeri


Bibliografia

Edelman, Gerald M.
1987 Neural Darwinism. The Theory of Neuronal Group Selection, Basic Books, New York, trad. it. Darwinismo neurale, Einaudi, Torino 1995.
1988 Topobiology. An Introduction to Molecular Embryology, Basic Books, New York, trad. it. Topobiologia. Introduzione all’embriologia molecolare, Bollati Boringhieri, Torino 1993
1989 The Remembered Present. A Biological Theory of Consciousness, Basic Books, New York, trad. it. Il presente ricordato, Rizzoli, Milano 1991
1992 Bright Air, Brillant Fire. On the Matter of the Mind, Basic Books, New York, trad. it. Sulla Materia della mente, Adelphi Edizioni, Milano 1993.
2004 Wider Than the Sky. The Phenomenal Gift of Consciousness, Basic Books, New York, trad. it. Più grande del cielo. Lo straordinario dono fenomenico della coscienza, Einaudi, Torino 2004.
2006 Brain Science and Human Knowledge, Basic Books, New York, trad. it. Seconda Natura. Scienza del cervello e conoscenza umana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.

Edelman, Gerald M. e Tononi, Giulio
2000 A Universe of Consciousness. How Matter Becomes Imagination, Basic Books, New York, trad. it., Un Universo di coscienza, Enaudi, Torino 2000.

15 comments:

Servidores said...

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Meristemi said...

Al di là del suo stato di salute a livello "alto", l'epistemologia è a mio avviso una delle discipline più trascurate nella didattica scientifica di qualunqe livello (lauree, master, dottorati).

Creare uno scienziato senza conoscenze epistemologiche anche rudimentali equivale a formare un muratore spiegandogli cosa sono i mattoni e non cosa sia il cemento.

Baro said...

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ogni risposta avrà una domanda un giorno

Anonymous said...

Vi invito a leggere il nuovo libro uscito per le edizioni kappa (tratta manuali per la Sapienza di Roma) dal titolo Dio o Darwin?.
Il libro è molto scorrevole e interessante per alcuni aspetti.
L'autore, che attacca le teorie di Darwin, lancia la proposta di una sociologia dell'evoluzione (aise-associazione italiana sociologi dell'evoluzione). Leggerlo è utile per comprendere cosa sia l'ID e la differenza con il creazionismo.
Ve lo consiglio davvero in tutti i sensi.

aprile 28, 2008

Alberto Fortunato said...

L’indice di Bravais – Pearson spiega il rito voodoo
Da Caos, segnali e visioni di Alberto Fortunato
Ho fatto un sogno. Comunque è vero, quando il tuo innato desiderio di equilibrio non permette che si configurino intenzioni destabilizzanti nella tua mente, queste, non tardano a trovare il varco nell’inconscio. Desideri ciò che non ti concedi. Voglia di conoscenza. Le intenzioni però affiorano mascherate. Scelgono i simboli. Ricorrono ad un subdolo mascheramento.
Lo ammetto. Nonostante l’animazione dissuasiva di Jenny, il mio progetto di documentare il rito voodoo delle nigeriane in pineta non tarda a prospettarmi tutti i possibili risvolti operativi. L’ennesimo pacco arrivato grazie alla South African Express conteneva due “oggetti” da recapitare ad un indirizzo del litorale domitio. Lo sapevamo grazie alle intercettazioni ambientali dalla procura di P.
Io avevo accettato l’incarico senza esitare. Jenny e Oreste avevano esitato. Poi avevano accettato per non impedirmi di andare avanti. La rilevazione aveva lo scopo di documentare il fenomeno in tutte le sue manifestazioni. Bisognava dare una spiegazione razionale riguardo alla “apparente” e strana correlazione tra i rituali celebrati e le ferite diagnosticate ai “signori venuti per la guerra” tenuti sotto osservazione all’ospedale di L.M.
Infliggere sofferenze a distanza ? Ma stiamo scherzando? Siamo in Italia ma - mi ripeto - è tutto possibile.
Quarantacinque notti consecutive di appostamenti. Fuochi, foto e riprese notturne. In tutto, venticinque riti documentati. E ci fermiamo. Il campione lo reputiamo sufficientemente rappresentativo.
Il modello interpretativo della correlazione che progetto è semplificato al massimo. Riduco le due variabili “la celebrazione del rito” e “la comparsa dei malori e delle ferite sull’addome” ad una logica binaria fatta di “si” e di “no”. In corrispondenza di ciascuna delle quarantacinque date (i giorni dell’osservazione in pineta) inserisco “si” e “no”. Osservo insomma, per ogni data, se c’è una corrispondenza tra l’effettiva celebrazione del rito e la comparsa delle ferite sul corpo delle persone ricoverate e tenute in osservazione.
- Mercoledì 2 Gennaio: “si” il rito è stato celebrato - “si” sono comparse ferite
- Giovedì 3 Gennaio: “si” il rito è stato celebrato – “si” sono comparse ferite
- Venerdì 4 Gennaio: “no” il rito non è stato celebrato – “no” non sono comparse ferite
- Sabato 5 Gennaio: “si” il rito è stato celebrato – “no” non sono comparse ferite
E così altri dati per ancora 41 giorni di osservazione e di certificazioni rilasciate dalla struttura ospedaliera.
Bravais – Pearson indice di correlazione. Mi scrivo la formula a penna sul pacchetto di Winston e me la ripeto a voce alta col sottofondo di radio dj in macchina. Faccio presto a calcolare le medie sul Nokia, ma per la covarianza e le deviazioni standard aspetto di arrivare a casa. Excel, stufetta e cioccolata calda. Sto comodo e digito nella cella A8. Al numeratore la covarianza, al denominatore il prodotto delle deviazioni standard e all’invio della tastiera mi arriva un brivido sulla schiena. 0,94. Chiamo Jenny. Sono sveglio?
L’indice di Bravais – Pearson spiega il rito voodoo
Da Caos, segnali e visioni di Alberto Fortunato

Anonymous said...

molto intiresno, grazie

Anonymous said...

imparato molto

Anonymous said...

La ringrazio per Blog intiresny

Anonymous said...

necessita di verificare:)

Anonymous said...

leggere l'intero blog, pretty good

Anonymous said...

imparato molto

Anonymous said...

Perche non:)

Anonymous said...

quello che stavo cercando, grazie

Anonymous said...

necessita di verificare:)

Anonymous said...

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