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Sunday, March 16, 2008

Gerald Edelman e la "seconda natura" della nostra mente

Studiare la coscienza anche a dispetto della soggettività: è questo l’obiettivo del neuroscienziato americano che colma la “non esaustiva” riconducibilità scientifica dell’emersione dei qualia con un’epistemologia “brain based”.

Gerald Edelman (1), con la sua pluriennale attività di ricerca neuroscientifica, ci ha fornito una complessa ma coerente teoria scientifica della coscienza basata sull’attività cerebrale (2). Nel suo ultimo contributo, Seconda natura (3), Edelman descrive nel dettaglio le conseguenze che una spiegazione scientifica della nostra “esperienza fenomenica” comporta: chiarisce la relazione tra eventi fisici e eventi mentali, distruggendo il dualismo mente/corpo e riposizionando la ragione dentro il corpo; regala una visione più chiara del nostro posto nell’ordine naturale; allontana il “processo cosciente” sia dai modelli idealistico-razionalistici, sia da “illusioni” logicistiche, istruzionistiche o computazionali; aiuta a colmare la separazione tra le scienze e le discipline umanistiche; permette la costruzione di un artefatto dotato di coscienza (4).

Edelman riconosce che spesso nella nostra testa consideriamo il mondo in modi che “sembrano naturali” o che sono “una seconda natura”, anche a dispetto delle evidenze scientifiche: spesso ci attraversano la mente pensieri svincolati dalle nostre descrizioni realistiche della natura. L’obbiettivo di Edelman in questo testo è esplorare l’interazione che sussiste tra la natura della mente e la sua “seconda natura”, tentando una loro conciliazione nell’ambito di un’epistemologia basata sul cervello.

Nella sua teoria sulla coscienza, egli ha mostrato come un insieme di eventi evolutivi ha prodotto le basi neuroanatomiche per quel processo, tanto complesso quanto centrale ai fini dell’emersione della coscienza, chiamato “rientro”: questo ha portato allo sviluppo dell’enorme numero di stati discriminativi, detti anche qualia, caratteristico dell’esperienza cosciente. Il cervello e la mente sono quindi emersi come prodotto della selezione naturale e il cervello funziona, allora, come un sistema selettivo. Ciò mostra gli effetti della contingenza e dell’irreversibilità storica che fanno variare le reti neuronali da individuo a individuo. Ora, dice Edelman, il punto è che noi possiamo studiare, descrivere scientificamente, i “correlati” neurali della coscienza, ma tutto ciò non potrà farci comprendere “come” emergano i qualia: la complessità, l’irreversibilità e la contingenza storica della nostra esperienza fenomenica fanno escludere la possibilità generale di ricondurre a una descrizione scientifica certi prodotti della nostra vita mentale. Seppure i fondamenti della coscienza risiedono nel cervello, e seppure le strutture dinamiche del cervello che portano a tali proprietà coscienti sono descrivibili scientificamente, bisogna tener conto dell’irriducibilità di certe esperienze coscienti soggettive. La descrizione scientifica non potrà mai sostituirsi all’esperienza: la prima ci aiuta a comprendere la nostra esperienza ma bisogna riconoscere la priorità dell’esperienza nel dare origine alle descrizioni che illuminano le basi dell’esperienza stessa. Bisogna tener conto della ricca complessità e della storia individuale delle reti cerebrali degenerate e sebbene senza dubbio esistano regolarità di comportamento e di intenzionalità, queste sono variabili, ricche e dipendono dalla cultura e dal linguaggio. La soggettività è, quindi, irriducibile.

Edelman, allora, ritorna sui suoi passi? Rinnega il suo quadro scientifico in favore di una natura “meta” fisica della coscienza? Assolutamente no! Innanzitutto perché una spiegazione scientifica esclusivamente riduzionistica della nostra “seconda natura” non è, secondo lui, né desiderabile né probabile né imminente: con questa mossa Edelman si libera, se mai ne sia stato colpito,
dall’accusa di “scientismo” ovvero di condurre un riduzionismo scientifico estremo, che riduce in toto la nostra attività mentale esclusivamente alle attività neuronali. In secondo luogo, escludere la possibilità di ricondurre a una descrizione scientifica l’emersione dei qualia non significa invocare strani stati fisici o ritornare a ipotesi dualistiche: Edelman è chiaro quando afferma che tutta la nostra vita mentale, riducibile e no, si basa sulla struttura e sulla dinamica del cervello. Inoltre, e qui sta la forza innovativa della sua tesi, Edelman pone rimedio al “gap” che si crea tra una descrizione scientifica dei correlati della coscienza e il “modo” in cui questa emerge: egli, infatti, presenta argomenti a favore di una teoria della conoscenza che si fonda sulla comprensione del funzionamento del cervello con l’obbiettivo di collegare le scienze del cervello alla conoscenza umana, l’epistemologia, ossia la teoria della conoscenza, con l’impresa scientifica.

Un epistemologia di questo tipo, fondata saldamente sulla scienza del cervello, consente infatti di far luce su tanti errori logico-semantici che hanno influenzato negativamente gli studi della coscienza che, di conseguenza, hanno precluso la possibilità di analizzare il funzionamento del cervello dal punto di vista gnoseologico. Il più importante errore forse fra tutti è quello di non esser riusciti a distinguere tra causalità fisica e implicazione logica. L’attività del nucleo talamocorticale non causa la coscienza e non c’è quindi nessun “ritardo temporale” tra i processi cerebrali: l’azione neurale del nucleo implica la coscienza, è un processo che consiste in un enorme varietà di qualia, ovvero le discriminazioni implicate dall’attività dinamica (interattiva) del nucleo talamocorticale. Il problema di mettere in relazione l’azione neuronale con l’esperienza soggettiva fenomenica si risolve, quindi, con un’analisi causale: i qualia sono implicati dai neuroni del nucleo la cui attività produce stati integrativi complessi che possono cambiare nuovi stati e scene coscienti. C, ovvero i qualia, sono implicati da C' e, quindi, anche se come abbiamo visto, bisogna tener conto dell’irriducibilità di certe esperienze coscienti soggettive, dobbiamo accettare allo stesso tempo che la nostra “seconda natura” derivi da fondamenti indagabili scientificamente.

L’epistemologia basata sul cervello, continua Edelman, si basa sull’analisi del darwinismo neurale degli stati coscienti e l’evoluzione e la selezione dei gruppi neuronali forniscono le basi e i vincoli della conoscenza. Ma non in maniera esaustiva! Sebbene tutta la nostra conoscenza dipenda dai nostri stati coscienti, la motivazione (cosciente o meno), l’emozione o il riconoscimento di configurazioni di sé sono tutti fattori critici per l’acquisizione della conoscenza. L’analisi della coscienza condotta dalla teoria globale della selezione dei gruppi neuronali propone di espandere la concezione naturalizzata della conoscenza per render conto quindi anche dell’intenzionalità e della relazione tra l’esperienza emotiva con la conoscenza. Ma ancora non basta: il cervello è un sistema selettivo “incarnato”, legato inscindibilmente con il corpo che “lo ospita”, e sia questo che il corpo sono inseriti nel mondo reale che necessariamente influenza la loro dinamica. L’interazione cervello, in primis processo cosciente, corpo e ambiente (econicchia) è quindi fondamentale nell’acquisizione della conoscenza.

L’epistemologia brain-based tiene, perciò, conto dell’ eterogeneità delle fonti conoscitive e, pur riconoscendo la supremazia della selezione naturale , dà rilievo alle origini epigenetiche della struttura e della dinamica cerebrale: fa dipendere lo sviluppo del cervello dall’azione sul mondo e dall’azione del mondo e fa stabilire i criteri normativi per la verità a fattori storici, socioculturali e linguistici. Inoltre, un’epistemologia siffatta, riconosce anche una pluralità di verità: la scienza si occupa della verità verificabile, ma c’è anche una verità logica, una storica. Le parti della nostra seconda natura che sembrano allontanarsi maggiormente dalla verità spesso sono proprio quelle necessarie per stabilirne di nuove. Tuttavia la verità non è un dato di fatto, è un valore per cui dobbiamo lavorare nelle nostre interazioni private e interpersonali.

Ma quali sono per Edelman i limiti di una tale epistemologia? Dobbiamo innanzitutto riconoscere che l’esplorazione dettagliata del funzionamento del cervello è ancora ad uno stato iniziale: cominciamo appena, secondo il neuroscienziato, a comprendere come il cervello permetta il linguaggio, ovvero il più potente veicolo per l’elaborazione della conoscenza. Inoltre, alla natura noi aggiungiamo una seconda natura, ovvero l’insieme delle percezioni, dei ricordi e degli atteggiamenti individuale e collettivi: alla conoscenza scientifica va aggiunta la conoscenza del senso comune derivata dall’esperienza quotidiana e ciò comporta un limite nell’applicabilità diretta di una tale epistemologia.

Ma nonostante ciò, considerare “morta” l’epistemologia secondo Edelman è eccessivo. Abbiamo visto come consegnare una base scientifica all’epistemologia è oltremodo remunerativo, ma c’è di più. Con il tono di colui che si rende conto dell’enorme portata delle sue affermazioni, Edelman dichiara che nell’ambito di una tale epistemologia, accettando la teoria del darwinismo
neurale che riconosce le dimensioni storiche e creative del pensiero umano, non diviene necessario separare la scienza dalle discipline umanistiche. Il nostro cervello comprende sia la scienza sia la storia: esso è emerso nel corso dell’evoluzione da una serie di eventi collegati ad accadimenti storici e sia questo che i suoi prodotti si sono sviluppati quindi in un contesto storico. I processi che danno origine alla conoscenza includono tanto le scienze quanto le discipline umanistiche e, in questo modo, la separazione drastica che da sempre interessa queste due culture non diviene più necessaria.

(1) G. Edelman è nato a New York nel 1929. Dal 1981 è direttore del Neurosciences Institute della Rockfeller University di New York, e oggi è direttore del medesimo istituto a La Jolla-San Diego, in California. Ha ricevuto il premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1972, per il suo lavoro di ricerca sulla struttura e le differenze degli anticorpi.
(2) In questo articolo non tratterò in maniera dettagliata la teoria della coscienza proposta da Edelman, concentrandomi invece sulle sue conseguenze. Per offrire un supporto alla lettura ho inserito un glossario cui rinvieranno tutti i termini tecnico-scientifici presenti nell’articolo. I frutti della sua ricerca pluriennale nel campo delle neuroscienze sono riassunti da Edelman in Più grande del cielo. Lo straordinario dono fenomenico della coscienza, Einaudi, Torino 2004, mentre una teoria dettagliata della coscienza è descritta da Edelman e da Giulio Tononi in Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Einaudi, Torino 2000. Per un ulteriore approfondimento rinvio alla trilogia tematica sulla morfologia e sulla natura della mente (1. Topobiologia. Introduzione all’embriologia molecolare, Bollati Boringhieri, Torino 1993; 2. Darwinismo neurale. La teoria della selezione dei gruppi neuronali, Einaudi, Torino 1995; 3. Il presente ricordato, Rizzoli, Milano 1991) il cui “sunto” viene esposto da Edelman in Sulla materia della mente, Adelphi Edizioni, Milano 1993.
(3) Gerald Edelman, Seconda natura. Scienza del cervello e conoscenza umana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.
(4) L’ultimo contributo in italiano di Edelman al riguardo e stato pubblicato dalla rivista Darwin, numero 23, pp. 78-83

Simona Ruggeri


Bibliografia

Edelman, Gerald M.
1987 Neural Darwinism. The Theory of Neuronal Group Selection, Basic Books, New York, trad. it. Darwinismo neurale, Einaudi, Torino 1995.
1988 Topobiology. An Introduction to Molecular Embryology, Basic Books, New York, trad. it. Topobiologia. Introduzione all’embriologia molecolare, Bollati Boringhieri, Torino 1993
1989 The Remembered Present. A Biological Theory of Consciousness, Basic Books, New York, trad. it. Il presente ricordato, Rizzoli, Milano 1991
1992 Bright Air, Brillant Fire. On the Matter of the Mind, Basic Books, New York, trad. it. Sulla Materia della mente, Adelphi Edizioni, Milano 1993.
2004 Wider Than the Sky. The Phenomenal Gift of Consciousness, Basic Books, New York, trad. it. Più grande del cielo. Lo straordinario dono fenomenico della coscienza, Einaudi, Torino 2004.
2006 Brain Science and Human Knowledge, Basic Books, New York, trad. it. Seconda Natura. Scienza del cervello e conoscenza umana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.

Edelman, Gerald M. e Tononi, Giulio
2000 A Universe of Consciousness. How Matter Becomes Imagination, Basic Books, New York, trad. it., Un Universo di coscienza, Enaudi, Torino 2000.

Discutere l'evoluzione biologica

E' uscito l'ultimo libro di Vittorio Parisi, intotolato "Discutere l’evoluzione biologica"
Pubblicazioni del Museo di Storia Naturale di Parma 13, 1-132, 2008
Dalla prefazione di Maria Grazia Mezzadri, Direttore scientifico del Museo di Storia naturale di Parma:
Gli incontri proposti dal Museo sono stati tenuti da Vittorio Parisi il 13 e 14 marzo 2006 in due conferenze, “Nascita e sviluppo dell’idea di evoluzione biologica” e “La sfida dell’evoluzionismo oggi”, che hanno illustrato l’attuale stato delle teorie evoluzionistiche e il 16 marzo in una conferenza itinerante nelle sale del Museo, avente come tema “Leggere nel corpo umano la sua storia evolutiva” durante la quale il pubblico ha potuto constatare la realtà dell’evoluzione biologica e valutare l’attendibilità delle teorie proposte per spiegarne i meccanismi. In ciò aiutato anche da pannelli esposti lungo il percorso […] illustranti alcuni particolari temi utili per rendere meglio comprensibile la “lettura” del corpo umano e della sua biologia.

In questo volume vengono riportati i testi delle conferenze di V. Parisi aggiornati allo stato attuale del dibattito e opportunamente integrati. Essi non voglio­no certo costituire un riesame esaustivo del tema dell’evoluzione biologica, ma solo fornire un percorso che consenta al lettore non specializzato di districarsi tra le molte “offerte” culturali, che spesso celano obiettivi che con la scienza di base nulla hanno che fare.

Con la stessa finalità viene riportata anche la scaletta di un Seminario di Facoltà sull’evoluzione, utile per chi voglia approfondire il tema, e viene inserito un contributo al dibattito sulla divulgazione evoluzionistica, basato sulla ben nota questione della interpretazione di Lamarck e di Darwin del processo di adattamento della Giraffa.

Il testo è arricchito da alcune poesie di Giancarlo Baroni, poeta parmigiano che interpreta in modo sug­gestivo la Natura aprendo la nostra mente ad una visione che trascende i limiti disciplinari.

Indice:

- Presentazione - Nascita ed evoluzione dell’idea di evoluzione biologica - La sfida dell’evoluzionismo oggi - Leggere nel corpo umano la storia evolutiva - Seminario di Facoltà sulla Evoluzione, 6 aprile 2005 - La Giraffa e la divulgazione evoluzionistica - Metamorfosi - Che cosa leggere per approfondire il tema della evoluzione biologica

Al di là di ogni ragionevole dubbio

E' in libreria il nuovo libro di Sean B. Carroll:
Al di là di ogni ragionevole dubbio
Codice edizioni, 2008

Dal comunicato stampa riportiamo:
Il DNA è il protagonista assoluto di Al di là di ogni ragionevole dubbio di Sean B. Carroll definito dal filosofo della scienza Michael Ruse “l’unico scienziato vivente con cui Charles Darwin potrebbe trascorrere una serata”.Nel libro, in libreria in questi giorni, Carroll descrive come la decifrazione del corredo genetico di numerosi animali, incluso l'uomo, e la loro analisi comparata, abbiano confermato senza ombra di dubbio le intuizioni che portarono Darwin a elaborare la sua teoria sull'evoluzione della vita da un unico discendente comune. Da questo punto di vista il DNA è una cronaca vivente dell’evoluzione, qualcosa di simile a un libro dove è scritta la nostra storia, di individui e di specie, e in cui sono contenuti gli indizi che rivelano la nostra diversità e come si è evoluta. Sono i cambiamenti del corredo genetico che hanno permesso alle meravigliose creature che abitano il nostro pianeta di adattarsi ad ambienti mutevoli ed instabili, dalle acque gelide dell’Antartico alla lussureggiante foresta pluviale. Il DNA diventa anche la prova scientifica definitiva in grado di confutare gli argomenti e la retorica di chi ancora si ostina a negare la scienza dell'evoluzione.

dalla prefazione riportiamo:
[...] Proprio come la sequenza del DNA di ciascun individuo è unica, anche la sequenza del DNA di ciascuna specie è unica. Ogni cambiamento evolutivo fra specie, che si tratti dell’aspetto fisico o del metabolismo digestivo, è dovuto a cambiamenti nel DNA e quindi rimane registrato nella sua sequenza. Lo stesso vale per la «paternità» delle specie. Il DNA contiene, quindi, la prova forense definitiva e inconfutabile dell’evoluzione. Questo fatto costituisce un’interessante ironia. Giurie e giudici si basano sulla prova del DNA per determinare la libertà o la detenzione, la vita o la morte di migliaia di persone. E apparentemente la totalità dei cittadini americani è a favore di questa innovazione. Eppure nell’opinione pubblica circa la metà o più dei cittadini americani dubita ancora o nega recisamente la realtà dell’evoluzione biologica. È evidente che ci sono più familiari le applicazioni del DNA che le sue implicazioni.
[…] il mio obiettivo in questo libro è di presentare un corpo di nuovi dati a proposito dell’evoluzione basati sul DNA. Negli ultimi anni, la biologia ha avuto un accesso senza precedenti a una grande quantità di dati sul DNA di ogni tipo di organismo, compreso l’uomo e i nostri parenti più stretti. […] Racconterò la storia di come la nuova scienza della genomica, lo studio comprensivo e soprattutto comparativo del DNA delle specie, stia profondamente ampliando la nostra conoscenza dell’evoluzione della vita. La genomica ci permette di penetrare in profondità il processo evolutivo. Ben oltre un secolo dopo Darwin, la selezione naturale era osservabile solo a livello dell’intero organismo, come un fringuello o una falena, sotto forma di differenze nella loro sopravvivenza o capacità riproduttiva. Ora, possiamo vedere come il più adatto viene costruito. Il DNA contiene un tipo di informazione completamente nuovo e diverso rispetto a quello che Darwin avrebbe potuto immaginare o sperare, ma che conferma in modo decisivo la sua idea di evoluzione. Ora siamo in grado di identificare i cambiamenti specifici nel DNA che hanno permesso alle specie di adattarsi ai mutamenti ambientali e di evolvere nuovi stili di vita.
[…] La sequenza del DNA ci rivela anche che l’evoluzione può ripetersi, e che lo fa spesso. Adattamenti simili o identici si sono verificati attraverso lo stesso meccanismo in specie diverse come farfalle ed esseri umani. Questo costituisce un’ottima prova che, di fronte alle stesse sfide o opportunità, la stessa soluzione può essere scelta in tempi e luoghi completamente diversi nella storia della vita. Questa ripetitività contraddice l’idea che se riavvolgessimo il film della storia della vita e lo facessimo partire di nuovo, il risultato sarebbe del tutto diverso. I dati basati sul DNA stanno anche rivoluzionando lo studio e la comprensione delle origini dell’uomo e degli albori della civiltà. Sebbene il sequenziamento del genoma umano sia praticamente completo, è l’interpretazione dei geni dei genomi degli altri primati e mammiferi che ci permette di interpretare il significato della sequenza umana. I nostri geni contengono indizi rivelatori sulla nostra diversità e su come si è evoluta. Molti geni portano le cicatrici della selezione naturale,della battaglia che i nostri antenati hanno combattuto con le malattie che hanno afflitto la civiltà umana per millenni. [...]

Quando anche le dimensioni contano!

Quanto incide il fattore dimensione sull'evoluzione degli esseri viventi ed in che modo? Dai batteri alle balene, passando per gli uccelli, per cercare una risposta.

Il fascicolo di marzo 2008 della rivista Journal of Evolutionary Biology pubblica un interessante articolo dal titolo Body size evolution in Mesozoic birds, i cui autori hanno studiato la variazione delle dimensioni corporee degli uccelli, andando a verificare quali costrizioni fossero presenti (e se ve ne fossero) per limitarne l'accrescimento.

L'ipotesi da cui David W.E. Hone (Institute of Vertebrate Palaeontology and Palaeoanthropology, Xizhimenwai Dajie, Cina) e colleghi sono partiti è che la necessità di mantenere la capacità di volare potrebbe aver costituito un importante limite (vincolo) alla crescita delle dimensioni degli uccelli nella prima fase della loro evoluzione, rendendo in questo gruppo non applicabile la regola di Cope, secondo cui vi sarebbe una tendenza, durante l'evoluzione, ad aumentare le dimensioni corporee all'interno di ogni clade.

Contrariamente a questa ipotesi, Hone e colleghi hanno invece dimostrato che si è assistito nella maggior parte degli uccelli ad un incremento delle dimensioni corporee dal Giurassico al Cretaceo, come dimostrato dai cladi dei Pygostylia e degli Ornithothoraces (che comprende uccelli moderni, ma anche gruppi estinti). Non tutti gli uccelli hanno, tuttavia, seguito questa tendenza come dimostrato nei Ornithuromorpha (che comprende taxa tuttora presenti) in cui é stata osservata una tendenza alla diminuzione della massa corporea.
Questo aspetto è molto interessante da un punto di vista evolutivo, poiché nel passaggio tra Cretaceo e Paleogene la selezione naturale sembra avere favorito uccelli con dimensioni ridotte, portando ad una ampia radiazione del clade Ornithuromorpha (dato da specie che avevano piccole dimensioni) a discapito degli altri tre cladi (costituiti da specie le cui dimensioni erano andate progressivamente aumentando nel tempo).

Le dimensioni corporee sono quindi un importante, e spesso poco considerato, fattore di evoluzione in grado di influenzare anche altri aspetti, essendo le dimensioni correlate alla morfologia, alla fisiologia e, talvolta anche alla complessità, di ciascun vivente. Per chi fosse interessato ad approfondire questo aspetto, una lettura stimolante può indubbiamente essere l'ultimo libro (in senso cronologico!) di John Tyler Bonner intitolato "Dai batteri alle balene" e pubblicato da Raffaello Cortina Editore (2007).
"Dai batteri alle balene" (il cui titolo in inglese Why size matters rendeva più immediato capire ciò a cui l'autore pensava scrivendo il libro) mostra in modo sintetico, ma efficace, come le dimensioni corporee abbiano influenzato diversi fattori tra cui morfologia, fisiologia, forza, complessità, velocità, numerosità e longevità dei viventi. Come sottolinea Bonner quindi, le dimensioni di un organismo sono soggette ad una continua sorveglianza selettiva nel corso dell'evoluzione.

Tra i diversi fattori influenzati dalle dimensioni corporee vi è anche la complessità di un organismo. All'aumentare delle dimensioni corporee (generalmente ottenuto mediante un incremento del numero di cellule che costituiscono un organismo) può infatti seguire un aumento della complessità generale a seguito di una suddivisione dei compiti tra tipi cellulari diversi ovvero attraverso il differenziamento di tipi cellulari con morfologia e funzioni distinte.
Come recentemente sottolineato da Martin Willensdorfer (nell'articolo intitolato "Organism size promotes the evolution of specialized cells in multicellular digital organisms" e pubblicato su Journal of Evolutionary Biology) l'aumento delle dimensioni corporee è un fattore che ha favorito l'evoluzione di tipi cellulari specializzati, che sono andati progressivamente a sostituire cellule multifunzionali. L'evoluzione avrebbe quindi sfruttato la multicellularità per suddividere i compiti tra le cellule presenti favorendone il differenziamento.

Mauro Mandrioli

Hone D. W. E. , Dyke G. J. , Haden M. , Benton M. J. (2008). Body size evolution in Mesozoic birds. Journal of Evolutionary Biology 21: 618–624.
Willensdorfer M. (2008). Organism size promotes the evolution of specialized cells in multicellular digital organisms. Journal of Evolutionary Biology 21: 104-110.

Darwin, quando divenne evoluzionista? La parola a Niles Eldredge

Quando avvenne la conversione di Darwin? Una breve ma interessante riflessione tra "Darwin. Alla scoperta dell’albero della vita" e i "Taccuini".

Porsi questa domanda, secondo Niles Eldredge, non è una “questione da poco”, parlandone a più riprese nel suo Darwin. Alla scoperta dell’albero della vita e ritornandoci nella sua prefazione ai Taccuini darwiniani, da poco pubblicati in italiano a cura di Telmo Pievani.
Secondo l’illustre studioso darwiniano «non sapremo mai quale fu in effetti il momento - la fase precisa della sua vita [...] in cui [Darwin] abbandonò il creazionismo per una storia naturalistica, una storia dell’evoluzione per cause naturali». Tuttavia, e risiede qui la forza e l’innovazione di questa tesi che sta raccogliendo sempre più consensi fra gli studiosi darwiniani, Eldredge è convinto che ciò avvenne già «a bordo del Beagle» (1).

Nei moltissimi appunti che Darwin prese in viaggio, sugli animali, sui fossili, ma anche riguardo alla natura dell’estinzione, egli infatti rintraccia le «primissime elucubrazioni» (2), per quanto ancora criptiche, di quella che oggi si definisce “teoria evolutiva”. La cautela che Darwin adoperò a bordo nel trattare seriamente la possibilità che le specie non fossero immutabili, cioè che in realtà potessero trarre origine da cause naturali, non portò nessun passeggero sul brigantino a interpretare questi brevi saggi come “ereticamente” trasmutazionali; questo atteggiamento reticente ha perciò indotto alcuni «studiosi» dei nostri giorni a non considerare (erroneamente secondo Eldredge) Darwin un “evoluzionista” prima del suo ritorno a Londra.

Il naturalista, pur nascondendo al pubblico la sua “tribolata” scoperta (e non folgorazione!) fino a quando non “fu stanato” da Wallace, esplicita le sue concezioni evoluzionistiche solo dopo il suo ritorno in patria nell’ottobre del 1836, nei taccuini, senz’altro più dettagliati dei diari stesi sul Beagle ma pur sempre “appunti”, pieni quindi di commistioni di generi e stilisticamente poco rifiniti e coerenti. Nella seconda parte Taccuino Rosso, cominciato sul Beagle e terminato a Londra nel 1837, Darwin “abbozza” quella che sarà la teoria dell’evoluzione per selezione naturale, arricchendo in maniera sostanziale la versione “criptica” della nozione della trasmutazione presente negli appunti di viaggio; nel 1837, con il primo trasmutation notebook, ossia il Taccuino B che fu “siglato” con il primo albero dell’evoluzione, Darwin trasforma il suo approccio evoluzionistico da “saltazionista” a ipotetico-deduttivo e ricerca la “causa” dell’evoluzione, definita poi “selezione naturale”nel Taccuino D e sviluppata in maniera chiara e definitiva nel Taccuino E.

Non solo per Eldredge allora Darwin manifestava nozioni “embrionali” dell’evoluzione già prima di salpare a Londra, ma già alla fine del Taccuino E, nel luglio del 1839, nonostante le integrazioni che si susseguirono nei successivi vent’anni sia nello Sketch del 1842 sia nell’Essay del 1844, la teoria dell’evoluzione era già essenzialmente completa.

(1) Niles Eldredge, Darwin. Alla scoperta dell’albero della vita, Codice edizioni, Torino 2006, p. 73.
(2) Charles Darwin, Taccuini, Editori Laterza, Roma-Bari 2008, p. VI

Simona Ruggeri

Con Dio e con Darwin ovvero se evoluzione fa rima con religione

Un breve articolo di Edoardo Boncinelli a proposito dell'ultimo libro di Michele Luzzatto "Preghiera Darwiniana" e sulle implicazioni della teoria darwiniana nel campo socio-politico, filosofico e teologico, pubblicato sul numero di ieri del Corriere della Sera (pag.42).
Da qui potete accedere al testo completo.

Andrea Romano

Un libro di bioetica… evoluto. Ovvero, come portare correttamente l’evoluzione nel dibattito bioetico

Segnalo la recensione del libro di Raffaele Prodomo, "La Natura umana. Evoluzionismo e storicismo" a cura di Emanuele Serrelli.
Recensione di:
Raffaele Prodomo, La Natura umana. Evoluzionismo e storicismo, Costantino Marco Editore, Cosenza, 2007, pp. 148, € 20,00.
Delineati in modo sintetico ma, si spera, abbastanza chiaro il percorso evolutivo della vita sul nostro pianeta e la complessità delle dinamiche ontogenetiche, si può immaginare come tale conoscenza interagisca con le classiche descrizioni della natura umana offerte dalla filosofia.
Con queste parole comincia il nono capitolo de La Natura umana di Raffaele Prodomo, preceduto da altri otto che utilizzano e fotografano in modo chiaro e sintetico i migliori lavori sull’evoluzione apparsi sulla scena internazionale negli ultimi trent’anni. Prodomo non inventa niente, e in questo caso è assolutamente un complimento: troppe volte abbiamo visto persone occuparsi di bioetica e non curarsi di conoscere in modo approfondito e di riportare in modo fedele il lavoro degli scienziati. Prodomo, medico e docente di bioetica, mostra invece una grande confidenza con le opere dei paleontologi Niles Eldredge e Stephen Jay Gould, dell’etologo Richard Dawkins, del paleoantropologo Ian Tattersall, dell’ecologo e antropologo Paul Ehrlich, del genetista Richard Lewontin, degli “psico-filosofi” Susan Oyama e Daniel Dennett, e di tanti altri grandi scienziati come Ernst Mayr, Luca Cavalli Sforza, Patrick Bateson, Gerald Edelman, Stuart Kauffman, Humberto Maturana e Francisco Varela e così via, il repertorio bibliografico è veramente ampio e appropriato, e in questo bel testo troverete davvero una buona sintesi che – aspetto fondamentale – ben conserva la complessità del dibattito interno alle scienze della vita. Così, i primi otto capitoli di questo libro potrebbero essere letti a sé, consigliati come una sintetica introduzione all’evoluzione e all’affascinante pluralità delle voci, tutte pienamente scientifiche, che se ne occupano. Cosa unisce queste voci? La risposta di Prodomo è anche il cuore del suo messaggio: un comune impegno nel costruire una narrazione storica, una narrazione dell’evoluzione che “stia in piedi”, che sia sensata e razionale e che sia insieme corale. Una narrazione, quindi, che necessariamente evolve essa stessa. Nel momento in cui vi è la tensione di ognuno nel contribuire alla narrazione con la propria specificità, ma anche il tentativo costante di risolvere le reciproche incoerenze e incompatibilità, la pluralità di punti di vista arricchisce la narrazione, la rende più forte e complessa, non più debole e confusa. Degli scienziati che si occupano di evoluzione, Prodomo apprezza e testimonia questo storicismo pluralista, e vi avverte una via verso la corretta trattazione delle questioni bioetiche.
Prodomo, l’abbiamo detto, non inventa niente. Ci pare prenda a prestito, dal neuroscienziato Steven Rose (Il cervello del ventunesimo secolo, Codice Edizioni), addirittura la struttura argomentativa del libro, che racconta e intreccia la filogenesi (la storia evolutiva delle specie) con l’ontogenesi (lo sviluppo dell’organismo individuale), partendo da lontano nel tentativo ultimo di spiegare cosa sia l’uomo e quale sia la sua posizione nella natura. Contingenza o determinazione, ritmo o ritmi, specie, linearità o cespuglio, sviluppo e ruolo dei geni… sembra quasi di vedere Prodomo trasportare fisicamente nel dibattito bioetico i libri che contengono il grandissimo lavoro filosofico ed epistemologico portato avanti in questi anni dagli scienziati stessi, evidentemente ignorati seppur molto tradotti in italiano, e di sentirlo dire ai suoi colleghi e a noi: gli studi ci sono, però bisogna leggerli!
È l’autore stesso che con questo libro dà un esempio di pluralismo evitando di “gerarchizzare” i saperi: da una parte, invocando la scienza correttamente, laddove spesso “si fa la morale alla scienza” senza lasciarle diritto di parola; dall’altra, evitando di pretendere dalla scienza una risposta univoca ai problemi etici, ovvero di “chiedere alla scienza di fare la morale”.
Sul contenuto più strettamente filosofico de La Natura umana, purtroppo chi scrive non ha sufficienti strumenti per esprimere un giudizio. O forse è una fortuna, che permetterà ad ognuno di confrontarsi da sé con la proposta di storicismo pluralistico di Prodomo, che attinge a fonti come Giambattista Vico e Benedetto Croce, accostati a Charles Darwin che fa la sua bella figura tra i due, e a confronto con pensatori quali Jean Paul Sartre e Friedrich Nietzsche. Perché, se è vero che dobbiamo pretendere dai filosofi e dai bioeticisti di confrontarsi con la scienza che tanto ci appassiona, anche noi non possiamo scrollare le spalle davanti a un dibattito filosofico che ci coinvolge tutti, che ha ripercussioni dirette sulle nostre vite, e che si occupa di temi sui quali siamo chiamati a prendere decisioni. Anche qui il libro di Prosdocimi non delude, spiegandoci con poche nette pennellate problemi come la moderna trasformazione della relazione terapeutica, i rischi di normative generiche o ambigue, l’irrompere della bioetica laddove l’etica medica classica non basta più, l’ampliamento della sua sfera di pertinenza, l’interdisciplinarietà e la rete tra i saperi in gioco.
Da non perdere, questo piccolo bel libro evoluto!

Emanuele Serrelli

Altri libri di Raffaele Prodomo:
Introduzione alla bioetica, La Città del Sole, 2006
Lineamenti di una bioetica liberale, Alberto Perdisa Editore, 2003
L'embrione tra etica e biologia. Un'analisi bioetica sulle radici della vita, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998
Le nuove dimensioni della relazione terapeutica, Macro Edizioni, 1999
Medicina e libertà individuali, AGE-Alfredo Guida Editore, 1997
Questioni di etica medica. Fondamenti per una bioetica storicista, T. Pagano, 1992

Saturday, February 16, 2008

Orazione per un mondo imperfetto

Ecco una recensione del libro di Michele Luzzatto "Preghiera darwiniana" su Jekyll, il giornale del Master in comunicazione della scienza di Trieste.

Artigianato darwiniano (tre taccuini e una preghiera)

In esclusiva per Pikaia, proponiamo questa interessante presentazione dei Taccuini di Darwin, la cui edizione italiana è stata curata da Telmo Pievani, e della Preghiera darwiniana di Michele Luzzatto ad opera di Giulio Barsanti, professore di Storia del Pensiero Scientifico all'Università di Firenze.

Buona lettura

Le recensioni le potete leggere integralmente su Pikaia

Sunday, June 17, 2007

Esiste realmente una distinzione tra microevoluzione e macroevoluzione?

A partire da metà del ‘900 molti biologi evoluzionisti hanno distinto i fenomeni micro- e macro-evolutivi. Alla luce delle moderne conoscenze in biologia evoluzionistica questa distinzione è ancora utile?

I termini microevoluzione e macroevoluzione sono stati coniati per la prima volta nel 1927 dall’entomologo russo Iuri'i Filipchenko, il quale li utilizzò nel suo libro Variabilität und Variation, che rappresenta il primo tentativo di conciliare la genetica mendeliana con i principi dell’evoluzione. Si deve però sottolineare che la valenza con cui questi termini venivano usati era differente rispetto a quella attuale anche in considerazione del fatto che molti scienziati russi di inizio secolo non erano affatto sostenitori delle teorie darwiniane.

A partire dagli anni ’40 entrambi questi termini vengono ripresi da Richard Goldschmidt per distinguere fenomeni dovuti alle mutazioni ed alla selezione naturale da fenomeni biologici più complessi e responsabili di quelli che Goldschmidt chiamava evolutionary novelty ovvero quelle strutture o comportamenti che di tanto in tanto compaiono durante l’evoluzione contribuendo in modo importante al successo di chi li possiede. Goldschmidt ritenne necessario distinguere, quindi, i fenomeni microevolutivi da quelli macroevolutivi, perché dei primi si conoscevano le cause, mentre dei secondi no.

Sicuramente, quando a partire dagli anni ’80 diversi Autori, quali Steven Stanley, Stephen J. Gould and Niles Eldredge, hanno iniziato a riutilizzare questi termini avevano in mente un’idea diversa e facevano riferimento, come è ancora oggi, alla microevoluzione come somma di quei processi di evoluzione che agiscono a livello di popolazioni e specie e alla macroevoluzione per indicare quello che accade nel tempo a taxa di ordine superiori quali i generi, le famiglie, etc...
Una semplice distinzione tra micro- e macroevoluzione la troviamo nel libro Evolution di Mark Ridley (2004), in cui l’autore scrive “Macroevolution means evolution on the grand scale, and it is mainly studied in the fossil record. It is contrasted with microevolution, the study of evolution over short time periods, such as that of a human lifetime or less. Microevolution, therefore, refers to changes in gene frequency within a population. [...]. Macroevolutionary events are much more likely to take millions of years. Macroevolution refers to things like the trends in horse evolution [...] or the origin of major groups, or mass extinctions, or the Cambrian explosion [...]. Speciation is the traditional dividing line between micro- and macroevolution”.

E’ realmente ancora attuale questa distinzione tra microevoluzione e macroevoluzione o è possibile e necessario, viste le recenti scoperte in materia di evo-devo e di network genici, ricondurre la macroevoluzione all’interno della microevoluzione?
Un aspetto interessante di questa domanda risiede nel fatto che mantenere o eliminare questa distinzione non ha solamente un valore scientifico, ma potrebbe anche servire per ridurre le possibili ambiguità utilizzate contro l’evoluzione da parte di neocreazionisti o sostenitori dell’intelligent design.

Un invito alla riflessione su questo argomento lo si può trovare nel saggio intitolato “Is there such a thing as macroevolution?” pubblicato da Massimo Pigliucci sulla rivista Skeptical Inquirer.
Particolarmente importante è a mio avviso l’invito ai biologi evoluzionistici con cui Pigliucci conclude il saggio: keeping a constant dialogue with the public is crucial.
Chi più del popolo di Pikaia può concordare con questa affermazione?

Mauro Mandrioli

Massimo Pigliucci (2007) Is there such a thing as macroevolution? Skeptical Inquirer, vol 31, issue 2, pp.18-19.

Friday, June 08, 2007

Evoluti per caso

Evoluti per caso
Un articolo su Le Scienze

Telmo Pievani ed Emanuele Serrelli, nel numero di giugno de Le Scienze, raccontano con dovizia di particolari e brillantezza giornalistica il viaggio che, dal 18 febbraio al 1 marzo, ha condotto un buon numero di ricercatori e giornalisti (tra cui chi vi scrive) in giro per l'Ecuador (nella foto, una piccola valle fluviale coperta di foresta), alla ricerca di spunti per "spiegare" biodiversità ed evoluzione in una prossima trasmissione televisiva. L'articolo, di cui potete trovare una sinossi qui, racconta le tappe del viaggio e gli spunti che l'ambiente ha suggerito per spiegare l'evoluzione; il conduttore della spedizione e della trasmissione, Patrizio Roversi, ha infatti intervistato Telmo Pievani, Emanuele Serrelli e Valeria Sala sul campo, in modo che l'evoluzione sia presentata come una cosa viva. Al momento di andare on line, la trasmissione, che si dovrebbe chiamare "Evoluti per caso", dovrebbe andare in onda il prossimo agosto.

Marco Ferrari