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Sunday, April 30, 2006
Darwin Day 2006 a Bari
Vi segnalo una iniziativa che si terrà a Bari il prossimo 3 maggio, con il patrocinio di università e ufficio scolastico regionale. E' la terza edizione del Darwin Day barese. L'intento di questa iniziativa è la realizzazione di un legame tra università/enti di ricerca e scuola su tematiche inerenti la cultura scientifica (e in particolare la teoria dell'evoluzione), al di là della singola giornata celebrativa.
Giornata di studio promossa dall’Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali (ANISN) con il Patrocinio dell’Università di Bari e dell’USR per la Puglia
Ore 9,30-11,00
Istituto di Genetica Vegetale, CNR, Via Celso Ulpiani, Antonio Dell’Aquila “L’agricoltura come
motore evolutivo della biodiversità vegetale utile all’uomo”
Museo di Paleontologia, Palazzo di Scienze della Terra, Rafael La Perna “Viaggio nel tempo
attraverso i fossili”
Laboratorio di Biologia delle Alghe, Palazzo di Botanica, Cesira Perrone, Mario De Tullio,
“Conoscere le alghe per capire l’evoluzione”
Museo di Zoologia, Giovanni Scillitani “L’evoluzione della diversità animale”
Aula Magna , Facoltà di Agraria Alessandro Volpone “Darwin e la biologia di fine Ottocento”, “Vicende e teorie della grande Sintesi evoluzionistica nel periodo anni Venti - anni Sessanta del
XX secolo” .
Liborio Di Battista “Storia della biologia e didattica. Una modesta proposta”.
Rosa Roberto “Didattica dell’evoluzione e Unità di Apprendimento”
Ore 15,30-17.30 Aula 11, Facoltà di Agraria
dibattito con interventi di Nicola Melone (Facoltà di Scienze MMFFNN, Università di Bari) “Filogenesi rivisitata con l’ausilio della biogeochimica”.
Giandonato Tartarelli (Scuola Normale Superiore, Pisa) “Un possibile ruolo della selezione
sessuale nell'evoluzione della forma del volto umano?”.
Rossella De Ceglie (Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Bari) “Varietà, specie nuove,
anelli intermedi e testimonianze fossili nell’immagine della natura di Oronzo Gabriele Costa”.
Giambattista Bello (Associazione Arion, Mola di Bari) “Pigmei e giganti tra i cefalopodi”.
Coordina il dibattito Ignazio Lippolis, giornalista e direttore della rivista “Villaggio Globale”
Gli insegnanti interessati al workshop possono prenotarsi al n. 3293176184. Le scuole
devono segnalare la loro partecipazione al numero 3387706674 oppure 0883334253
Un anello mancante nell'evoluzione umana
Dalla celeberrima regione etiope dell'Afar, a nord della capitale Addis Abeba, arriva una nuova entusiasmante scoperta: i resti fossili attribuibili ad almeno otto individui appartenenti ad Australopithecus anamensis forniscono la prova decisiva per comprendere l'origine del genere Australopithecus.
Lo annunciano dalle pagine di Nature i famosi paleoantropologi Berhane Asfaw e Tim White, insieme ad un nutrito gruppo di collaboratori. Cio' che rende davvero importante questo ritrovamento, e' il fatto che per la prima volta e' possibile collegare la prima fase evolutiva umana con la seconda: questi fossili, datati tra 4.1 e 4.2 milioni di anni, presentano caratteristiche anatomiche intermedie tra l'ominide primitivo Ardipithecus ramidus, gia' scoperto da White nel 1992, e Australopithecus afarensis (ricordate Lucy, scoperta da Donald Johansson nel 1974?). Australopithecus anamensis era gia' stato scoperto nel 1965 in Kenya, nella regione del Lago Turkana, e venne classificato definitivamente solo nel 1995: le sue caratteristiche anatomiche, cosi' simili a quelle di Australopithecus afarensis, suggerivano un possibile legame diretto delle due specie: secondo gli autori di questa ricerca, oggi esiste la prova definitiva di cio', avendo finalmente trovato esemplari delle due specie nella stessa zona. Secondo i dati stratigrafici acquisiti, inoltre, il genere Australopithecus si sarebbe rapidamente evoluto da Ardipithecus, in meno di 200.000 anni, con una mutua esclusione temporale dei due gruppi.
Australopithecus anamensis viveva ancora nella foresta, come indica la paleoecologia del luogo: solo le specie successive cominciarono ad allontanarsi da essa. Il ritrovamento di tre specie di ominidi direttamente legate tra loro, insieme a tutti gli altri ritrovamenti che si sono registrati nella zona, permettono a buon diritto di assegnare all'Etiopia, e in particolare alla regione dell'Afar, il titolo di "culla dell'umanita".
Resta comunque ancora acceso il dibattito tra gli antropologi circa il ruolo di Australopithecus nell'evoluzione umana, e cioe' da quale delle specie finora scoperte, se non da una specie ancora da scoprire, si sia poi evoluto il genere Homo.
Paola Nardi
Saturday, April 29, 2006
15th International Conference on the Origin of Life
Volentieri segnaliamo:
15th International Conference on the Origin of Life. Florence, Italy, 24 to 29 August, 2008
Invitation
On behalf of the International Society for the Study of the Origin of Life (ISSOL), we have the great pleasure to invite all those interested in the scientific aspects of the origin of life and related issues to attend the 15th International Conference on the Origin of Life scheduled to take place in Florence, Italy, from 24 to 29 August, 2008.
Because of the multidisciplinary character, the study of the origin and early evolution oflife, the aim of the conference is to discuss and integrate recent discoveries in manifold scientific fields of exo/astrobiology, including interstellar chemistry, comparative planetology, Precambrian paleobiology, chemical evolution and prebiotic chemistry, microbial evolution, genomics, extremophiles, the search for life in the Solar System, as well as historical and educational aspects related to the origin of life.
Your participation and contributions are most welcome. We are sure you will enjoy your stay in the city of Florence, the cradle of the Renaissance, and we are confident that both the scientific and the social programs will ensure a happy and productive academic exchange.
The First Circular including the registration form and the corresponding deadlines is
planned for the end of 2006. Information of the venue of the meeting is available at:
http://www.dbag.unifi.it/issol2008
For further information please contact:
Professor Enzo Gallori, Department of Animal Biology and Genetics, University of
Florence, Italy, enzo.gallori @unifi.it
Professor Renato Fani, Department of Animal Biology and Genetics, University of
Florence, Italy, renato.fani @unifi.it
(come misura antispamming abbiamo inserito uno spazio prima del carattere @, toglietelo per rispondere agli organizzatori)
Il cancro e la biologia evolutiva
Un studio americano applica tecniche di biologia evolutiva per capire i meccanismi di insorgenza e progresso dei processi cancerosi.
La ricerca, recentemente pubblicata su Nature Genetics, reca la firma di Carlo Maley, studioso di oncogenesi cellulare e molecolare presso il Wistar Institute di Philadelphia, e di numerosi altri ricercatori del prestigioso Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle e della University of Washington. Maley e' convinto che l'approccio evolutivo nello studio dell'oncogenesi sia fondamentale per determinare la probabilita' che un tessuto precanceroso (o tumorale) si trasformi in cancro vero e proprio. Come e' noto, spesso la condizione precancerosa di un tessuto viene conservata per tutta la vita dell'organismo, senza che questa evolva in cancro: alcuni studiosi hanno paragonato la progressione di un tumore alla stasi macroevolutiva invocata nella teoria degli equilibri punteggiati di Gould e Eldredge. Nonostante la gran parte dei
tumori abbia un'origine monoclonale, cioe' da una sola cellula, durante la storia naturale di questi insorge una certa eterogeneita' cellulare, sulla quale puo' agire la selezione: con la proliferazione di genotipi dominanti si riscontra la progressione del fenomeno oncogenetico.
Per dimostrare la validita' di tale approccio, i ricercatori hanno esaminato per piu' di quattro anni i dati genetici provenienti da 268 pazienti affetti dal cosiddetto "esofago di Barrett": questi presentano una modificazione delle cellule della giunzione gastroesofagea, dovuta all'azione dei succhi gastrici che risalgono a causa di un reflusso. Coloro che soffrono di questa patologia non vengono trattati, ma costantemente monitorati dai medici (mediante endoscopie e biopsie), dato che solo in meno del dieci per cento dei casi essa si trasforma in adenocarcinoma esofageo, un cancro vero e proprio. Durante il periodo di studio e' stato raccolto un database che contiene piu' di 30000 diversi genotipi appartenenti alle cellule dei tessuti precancerosi: questo database e' stato trattato con varie tecniche computazionali, allo scopo di misurare la diversita' genetica all'interno delle cellule tumorali. I risultati hanno fornito una straordinaria correlazione tra diversita' genetica dei tessuti tumorali e probabilita' di progressione verso lo stato canceroso vero e proprio: in particolare, per ogni diverso genotipo di cellule che si va ad aggiungere in un tessuto tumorale, raddoppia la probabilita' che lo stesso si trasformi in tessuto canceroso. Come per qualsiasi organismo vivente, la capacita' di generare un alto numero di mutanti fornisce materiale per la selezione naturale, che guida l'adattamento e il sopravvento delle cellule cancerose sull'organismo ospite.
L'analisi della diversita' genetica delle cellule precancerose potrebbe essere un utile marcatore clinico per determinare il rischio di ammalarsi di un certo tipo di cancro e potrebbe inoltre indirizzare la ricerca farmacologica verso molecole piu' efficaci: secondo Maley, infatti, il fallimento di determinate terapie mediche puo' essere determinato dal fatto che solo alcuni genotipi vengono distrutti dai farmaci, mentre altri, poiche' diversi geneticamente, avranno una certa probabilita' di resistere al trattamento. Il gruppo sta proseguendo nella ricerca, con l'obiettivo di confermare questi risultati su diversi tipi di cancro.
Paola Nardi
Camminare e correre come un tuatara
Salamandre e tuatara ci aiutano a capire l'evoluzione del movimento sulla terraferma degli animali terrestri.
Stephen Reilly, biologo alla Ohio University, ha utilizzato gli animali messi a disposizione dallo Zoo della vicina citta' di Toledo per studiare i meccanismi di locomozione di anfibi come le salamandre e soprattutto dei tuatara, peculiari rettili che vivono sulla Terra da ben 225 milioni di anni. Secondo Reilly e i suoi collaboratori, questi gruppi ben rappresentano i primi vertebrati che cominciarono a camminare e a correre, movimenti finora associati soltanto ad animali cursoriali (cioe' dotati di corsa veloce) quali mammiferi e uccelli.
Il tuatara, in particolare, e' estremamente interessante: questo rettile rincocefalo (due sono le specie oggi conosciute, Sphenodon punctatus e Sphenodon guntheri) oggi a rischio di estinzione, della dimensione di 30-60 cm, e' l'unico rappresentante vivente dell'ordine degli Sfenodonti. Vive esclusivamente su alcune isolette remote della Nuova Zelanda a temperature non superiori ai 25 °C: il suo metabolismo e' estremamente lento, e non e' raro trovare esemplari ultracentenari. Possiede scaglie verdi o marroni, una vistosa cresta dorsale, e presenta caratteristiche anatomiche del tutto particolari, che lo differenziano notevolmente da tutti gli altri rettili. Cio' che piu' stupisce e' che le testimonianze fossili confermano che questo animale e' sulla Terra, senza modificazioni rilevanti, da piu' di 225 milioni di anni: per questo motivo esso rappresenta un modello vivente ideale dei primi tetrapodi che conquistarono la terraferma.
L'aspetto piu' significativo della ricerca, condotta esaminando filmati e determinando la forza esercitata nel movimento su particolari piattaforme, e' consistito nello scoprire che anche questi organismi camminano e corrono: finora per loro era stato ipotizzato soltanto il movimento attraverso una lenta e pesante andatura. Camminare e correre sono modi di locomozione che coinvolgono due diversi processi meccanici: nel primo il centro di massa dell'organismo si trova al di sopra degli arti ad ogni passo; nel secondo il centro di massa si abbassa, mentre tendini ed articolazioni funzionano come molle. Anche salamandre e tuatara usano questi meccanismi, che permettono loro di risparmiare fino al 50% dell'energia necessaria al movimento: dato che questi animali possono essere paragonati ai tetrapodi ancestrali, gli scienziati concludono che camminare e correre erano modi di locomozione gia' presenti quando, piu' di quattrocento milioni di anni fa, i nostri progenitori si apprestarono a conquistare la terraferma.
Nel caso specifico dei tuatara, tuttavia, camminare e correre consumano una uguale quantita' di energia, e si sviluppano alla stessa (bassa) velocita': cio' potrebbe significare che i meccanismi associati a questi "fossili viventi" rappresentano una forma di pre-adattamento, rispetto ai meccanismi che osserviamo oggi nei tetrapodi cursoriali moderni. Dopo aver lavorato con animali in cattivita', Reilly spera ora di ripetere il suo studio su tuatara selvatici, i quali sono pero' sempre piu' difficili da incontrare.
Questa interessante ricerca e' stata recentemente pubblicata sul Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences.
Paola Nardi